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  • andreaspadoni

Instagram è una finzione, come la vita di Mirko Scarcella. Per questo ha ragione lui


Voglio provare a offrire una lettura controcorrente sull'affaire Scarcella. Premetto che avevo conosciuto Mirko un po' di anni fa a Milano, quando ancora lavoravo come giornalista di cronaca rosa per Visto. Al tempo, insieme a Fabrizio Corona, avevano creato la piattaforma di Gossip "Social Channel", dalle alterne fortune. Un po' come la vita di entrambi.

Io, però, non sono indignato dopo aver visto il servizio de Le Iene. Non punto la lama del coltello contro di lui, non gli affibbio gli aggettivi di truffatore, impostore, ladro. Perché non è così. Semmai mi viene da considerarlo al pari di uno dei tanti scappati di casa che girovagano per le vie di Milano con l'obiettivo di provarci, fare soldi, avere visibilità (che poi è quella che piace a tutti). La città (e soprattutto certi ambienti di lavoro) è piena di questo genere di identikit, simili ai personaggi in cerca d'autore di Pirandello.

Mirko, però, a differenza di molti altri (compreso me) che si occupano di comunicazione, ha capito una cosa fondamentale di Instagram: la finzione. E in questo ci si è calato perfettamente. Il social network dell'immagine per antonomasia è una finzione, è un racconto fittizio della vita, è un ripetersi di comportamenti ciclostilati e un'emulazione di massa della massa, dove si fotografano porzioni di vita, momenti di iperrealtà davanti all'occhio attento dei sempre più sofisticati smartphone con l'aggiunta di filtri che oggi ti modificano, se vuoi, anche il sesso.

C'è chi sta lì per giocare, per condividere contenuti con gli amici, per farsi due risate. Ma sono una stretta minoranza. C'è chi trasforma il suo profilo Instagram in business e chi (la maggioranza) cerca solo popolarità. Un po' come quando ai tempi del Grande Fratello si vedevano decine di migliaia di persone in fila davanti ai centri commerciali dove si organizzavano i casting. Sapete quanti ragazzi (ma anche adulti) vivono con il semplice sogno di diventare famosi? Tantissimi. Non ve lo dicono chiaramente, tergiversano, si inventano scuse banali che a volte fanno tenerezza, ma l'unica cosa che vogliono è la popolarità. Essere riconosciuti, invidiati. È una vera e propria malattia, come l'alcool, come la droga, dalla quale fingi di essere immune, ma sai dentro di te che sei disposto a tutto per arrivarci.

Mirko, in questo ampio disagio sociale, fatto di selfie con costumi ormai inesistenti su spiagge sperdute e sfigate che con l'angolazione giusta e il filtro del momento, diventano le Bahamas e followers di Nuova Dheli, ha capito come raccontarsi e raccontare la storia di un ragazzo di successo. Narrando una finzione e vendendo agli altri la stessa finzione. Niente di strano, questo è Instagram. Che oggi affascina come la Buona Domenica di Maurizio Costanzo quindici anni fa o i servizi di Lucignolo nei quali sono comparso anch'io, con i ragazzi dei reality bellissimi, felicissimi, ricchissimi, in una villa a Porto Cervo. Ma, ve lo garantisco, non eravamo niente di tutto quello.

Poi ci sono il metodo e l'etica e su questo potremmo dialogare all'infinito. Io, ad esempio, condannerei anche tutti quelli che con la faccia da bravi ragazzi ti propongono i contratti con i rinnovi automatici, o quelli che ti tengono in ostaggio un sito internet con giochetti che nemmeno all'asilo funzionavano.

Ma se esistono persone disposte a comprare (a prezzi davvero altissimi) il metodo Scarcella per raggiungere il sogno della fama, significa che ha ragione Scarcella. Perché, cari amici, non è l'unico che lavora così (anche se onestamente vorrei ascoltare la sua versione prima di dare un giudizio).


È forse solo più costoso.

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