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  • andreaspadoni

DALLA PARTE DI ADANI, UN UOMO LIBERO




Arrivo dritto al punto: Daniele Adani ha vinto. Vi ha purgato tutti, nonostante si continui a percepire il rumore dello starnazzare un po’ ovunque, in particolare sui social network, di chi lo condanna e addirittura lo vorrebbe fuori dalla Rai. Ogni volta che lo leggo in un post o in un commento, dove spesso non ci si limita alla critica, ma si finisce anche nel campo dell’insulto, mi chiedo: cosa ha fatto di male Daniele Adani a queste persone per subire tanta rabbia? Forse ci arrivo: funziona. Proprio così, funziona. Ha successo. Entra subito nella testa di chi lo ascolta, produce interesse, emulazione, divisione. Genera, come dicono gli esperti di web marketing, hype. Nel bene e o nel male. E lui lo sa, perché se lo considerate uno sprovveduto vi sbagliate alla grande. Vi sbagliate anche se lo posizionate allo stesso posto dei suoi amici della Bobo Tv, Lele è molto di più. E vi sbagliate se lo mettete a confronto di giornalisti come Flavio Tranquillo, Federico Buffa, Stefano Borghi. Non è un giornalista, non gli interessa. Sono dimensioni di spessore diverso e poi fa un altro lavoro. Adani deve semplicemente intrattenere.

Ma, volendo fare un’analisi andando a cercare le diverse avversioni nei confronti del suo modo di raccontare il calcio, va intanto identificato bene qual è il suo ruolo nelle telecronache delle partite. È una seconda voce, al pari di altri ex calciatori (ne cito alcuni: Bergomi, Cravero, Nela, Di Gennaro, in passato ricordo Bagni), una presenza che è lì per riempire la telecronaca. Si può fare in tanti modi: approfondendo una questione tecnico tattica della partita, raccontando un aneddoto di un giocatore in campo, offrendo la lettura di un’azione, sottolineando un gesto tecnico, spiegando un movimento, una scelta, il perché di un episodio. E ognuno si pone ai telespettatori con il suo stile.

Adani, fin dagli esordi a Sky, non è mai stato uno preciso, da inquadrare nei binari del conformismo. La sua passione per il calcio, per un certo tipo di calcio, è smisurata, esplosiva, e quando ne parla si emoziona. Si agita, a volte anzi spesso, straripa.

Così ci racconta le partite, senza porsi un limite, ma provando a regalarci un po’ della sua genuina emotività che a qualcuno può sembrare sguaiata, sbraitante, paesana. In realtà è quello il suo bello. Perché è vero, immediato, senza l’ambizione di voler ammaestrare qualcuno. È lì, accanto a te, a godersi lo spettacolo e a lasciar andar via le emozioni. Che male c’è?


“Però ora è in Rai” viene ripetuto spesso e, chissà per quale assurda mentalità, a detta di molti, dovrebbe darsi un contegno.


È questo il male dell’Italia.


Perché darsi un contegno in Rai? Perché è la televisione pubblica? Dobbiamo mettersi tutti il completo gessato intonato con i calzini e la scarpa scura per essere credibili?


Così ci hanno insegnato negli anni ’90, ma quel mondo oggi è fallito. La mentalità del venditore porta a porta, forzatamente vestito in giacca perché è giusto così, non esiste più. E Adani ha tolto la giacca alla seconda voce del calcio nazional popolare, è diventato l’amico che ti gasa perché sa tutto del calcio sudamericano e impazzisce quando segna Messi. Ed è qui che raggiunge la massima connessione con la mia simpatia e la mia approvazione. Perché ci insegna ad amare il questo sport di tutti, nella sua immaginazione più primitiva ed emotiva: Dio Diego Maradona che spinge con la forza di un popolo il nuovo genio contemporaneo Messi alla vittoria. Fantastico. Come fai a non amarlo uno così. Ti mostra la giusta connessione con il pallone, come se lo stessi togliendo dallo zaino per farlo rotolare nel primo piazzale. Quante volte lo abbiamo fatto e come eravamo felici. Ricordiamocelo quando contestiamo la telecronaca di Adani, che ci accompagna lì, ai giardinetti dietro casa.


Ricordiamocelo quando ci allontana dallo schifo del calcio fuori dal campo, perché lui con quelle dinamiche non ha a che fare. Non è figlio di nessuno, e si vede. Non ha bisogno di lavorare o di qualche raccomandazione per stare dove sta. Il suo posto se l’è conquistato perché, come ho scritto all’inizio, funziona. Piaccia o non piaccia. E finché avrà la possibilità di raccontare il suo calcio con la passione che l’ha spinto a conoscere e documentarsi, lo farà.


Forse non durerà molto questa sua esposizione perché quando si prendono certe posizioni così nette, quando non ci si regola e ci si espone sempre, si ha vita più breve. Ma cosa interessa ad Adani? Ha avuto una buona carriera da calciatore in serie A (a differenza di chi lo chiama “scarso” e ha un palmares di 30 partite di calcetto con gli amici) e continua a vivere dello sport che ama. Si capisce che si diverte e se non potrà farlo in tv, agli amici continuerà a narrare la passione per Messi (come si può non amare Messi?), Rosario la città del calcio, la Garra Charrúa, l’ultima parola dell’Uruguay. Lo farà allo stesso modo di oggi, che sia per gioco o per lavoro. Adani è un uomo libero ed è per questo che, nonostante le vostre critiche, ha già vinto. Fatevene una ragione.

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